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La creatura ‘minore’, nel senso di ultima nata (dieci anni dopo la maratona verdiana), di quel Maestro dello sport che è Giancarlo Chittolini, la 50 km di Salsomaggiore, ha fatto registrare un successo percentualmente notevole rispetto all’anno scorso: 275 arrivati (di cui 47 donne), contro i 219 del 2016, entro o poco oltre le 7 ore di tempo massimo; che non è un tempo molto largo, stanti i 995 metri di dislivello (fate i confronti con le 6 ore concesse dalle maratone ‘pari’ o in discesa): questo per dire che il pubblico dei maratoneti di basso livello (senza offesa) può aver rinunciato a priori ad iscriversi.

 

E ci si aggiunga la concomitanza della relativamente vicina maratona di Verona, doppio campionato italiano Fidal (ma non per i Runcard, spettatori paganti ma non ammessi al banchetto), che grazie a questo può permettersi le quote di iscrizione all’insegna del “più siete, più pagate”, ed è riuscita perfino a fare posticipare la gara casalinga del suo disastrato Verona calcio.

 

Dunque, viva Salso, che con 35 euro comprensivi di pasta-party finale permetteva a tutti, fino a venti giorni prima dell’evento, di partecipare alla 50 km. È vero che (a dirla tutta) nel 2015, quando il Maestro Chittolini aveva concesso fiducia alla capacità comunicative di Podisti.net, la 50 km era stata conclusa da 301 corridori, più 174 sulla “mezza” (in entrambi i casi, record di partecipanti). Il calo odierno è più avvertibile nella 23 km: oggi 133 contro i 145 dell’anno scorso (insomma, se non si va in picchiata poco ci manca). Notevole tuttavia la ‘femminilizzazione’ di questa gara, che ha visto al traguardo 43 donne, cioè un terzo dei partecipanti totali.

 

Ero stato alla Ultra K nell’edizione inaugurale del 2007 (iscrizione a 20 euro), su un percorso certamente più corto dei 50 di oggi (esatti esattissimi: la prima volta quest’anno che il mio Gps non litiga con le misurazioni ufficiali): pare che allora fossero 46 km (dopo Pellegrino trovo sull’asfalto una consunta scritta “27” quando il mio Gps segnala ora 31,8), con tre scollinamenti che adesso sono diventati cinque. Nel 2007 si contarono 93 arrivati: tra i primi, la leggenda dello sport emiliano Pietro Boniburini, oggi ‘scarparo’ di classe le cui Mizuno, di categoria infima come mi merito, e pagate 60 euro, ho fatto esordire sulla distanza, con buoni risultati.

 

Ricordo che i percorsi di entrambe le gare erano identici fino alla metà, cioè al traguardo di Pellegrino Parmense dove si concludeva la maratonina, e io infatti feci più o meno volontariamente, e sicuramente gratis, da pacemaker a Gianni Morandi che si fermò lì (si allenava per la maratona di Sanremo, pure essa prima edizione, e ci ritrovammo a quella, e stavolta mi batté). Un altro ricordo che ho del 2007 è la maglietta nella deprecabile taglia XL per quasi tutti; adesso si poteva indicare la taglia all’atto dell’iscrizione, eppure quando è toccato a me ritirare il pacco, il collega davanti  se ne è andato dicendo “ma se sono XXL per tutti, allora a ke k* ci fate indicare la taglia?”. Evidentemente i magri erano già passati prima a fare provvista, e per noialtri, “o così o Pomì” (altro materiale inserito nel pacco gara).

 

Buona l’efficienza logistica già collaudata dalle 20 edizioni della Salso-Busseto: parcheggi comodi (d'altronde, non è che ci fosse la folla della maratona verdiana), distribuzione del pettorale non più nelle monumentali Terme Berzieri, alquanto decadute come tutta questa cittadina da Belle Epoque (quanti esercizi chiusi e quante case in vendita!), ma in una palestra vicina che fungeva anche da deposito borse e spogliatoio (decisamente ruspante, con gli attaccapanni rotti per metà, e le docce finali fredde come se non le avessero mai accese, non dico collegate alle acque termali). Cronometraggio con l’aiuto dei chip, ma rilevamento unico all’arrivo (nemmeno alla partenza, cosicché non ci sono tempi netti), e un solo rilevamento manuale verso il km 15.

 

Partenza alle 8,30 quando il sole è ancora basso sull’orizzonte e fa decisamente freddino: mi dicono però i veterani che è una delle rare volte che su questa corsa c’è bel tempo, infatti dai passaggi più alti ci sembrerà di vedere, sopra la nera cappa padana, qualcosa che potrebbero essere le Alpi. Poi, quando ci troveremo al sole (il che accade a tratti, mentre per altri punti percorriamo strade ancora umide per la guazza e dove il sole chissà se spunterà mai), la temperatura salirà fino ai 10 gradi, cioè l’ideale per queste gare.

 

Dopo meno di 5 km c’è già il bivio tra i 23 e i 50; generalmente si può osservare che i 23 km fanno a fondo valle il percorso che noi facciamo tra forcelle e crinali, con notevole fatica in più ma altrettanto guadagno estetico: trovo personalmente stupendo il passaggio per il borgo murato di Vigoleno, duecento metri più in su di Salso al km 15, ma raggiungibile con tornanti e alla fine addirittura con piccola scalinata, oltre che da traversare su ciottoli; mi ha invece deluso, sempre in tema di percezione visiva, il passaggio o meglio lo sfioramento, per noi cinquantisti, di Pellegrino al km 29, dove ho riconosciuto solo la palestra in cui facevamo la doccia dopo il “trail del pan e furmaj”, ma il grazioso centro storico ci è stato precluso.

 

Quanto alle intersezioni con quelli della ‘mezza’, li ritroviamo alla base della salita di Vigoleno, quando per noi i km sono 15 e per loro 9 (ma naturalmente sono già passati tutti), e all’uscita dal paese: siccome noi maratoneti ‘di quantità’ siamo tutti onestissimi, non oserò pensare che qualcuno dei cinquantisti sia arrivato a Vigoleno per il giro corto e si sia risparmiato pure la salita. Ma se c’era un tappeto chip là in cima … ero più sicuro.
Curioso pure che per i primi 35-40 km io sia stato continuamente sorpassato da una piccola Chevrolet rossa con targa rumena, che poi si fermava in qualche piazzola; ripassavo, e dopo dieci minuti me la vedevo di nuovo andare avanti. Finché l'ho vista per l'ultima volta a 10-15 km dal traguardo, quando mi ha ripassato per l'ultima volta, e forse forse davanti a fianco della guidatrice c'era un'altra persona...

 

Il giro, che sconfina anche nel piacentino oltre lo Stirone (il fiumetto che più a valle diventerà quello di don Camillo e Peppone, altri affetti di Chittolini), da Vigoleno al Valico di S. Antonio (650 metri, cioè 500 in più di Salso) presenta 18 km di ascesa continua, più violenta negli ultimi 5 che da soli valgono 250 metri verticali; seguono 5 km di discesa ancora più ripida (330 metri); poi, dopo il ristoro del km 39 (nel quale Chittolini aveva fatto preparare un nutrimento speciale per il sottoscritto: cinque prugne secche), l’abbandono della strada provinciale per arrivare, lungo una stradetta ufficialmente a fondo cieco (finalmente non passano più le auto, che ci hanno invece accompagnato, seppure in piccola schiera, fino ad ora), e con due passaggi intorno ai 410 metri, all’abitato di Grotta, poi a Faeto e infine ai vari nuclei di Cangelasio, il più alto a quota 460 quando i km sono 43. Dev’essere qui che, mentre arranco (e a un certo punto ho l’impressione di barcollare: “sei suonato”, mi dico), sento dall’interno di una casa una specie di alterco tra due coniugi e un cane che abbaia: lei gli dice di non urlare, lui replica con la parola “terremoto”, che penso sia rivolta al cane; invece, arrivato al traguardo, imparerò che il terremoto c’è stato davvero, a  quell’ora, scala quattro e mezzo dunque discreto (con molto meno, a Ischia si fanno pagare la ricostruzione delle case ancorché abusive).

 

Nel frattempo, su una 2CV tricolore e con scritte verdiane, risale la strada in senso opposto a noi patron Chittolini: siamo all’ultimo ristoro, e anche qui mi porgono un menù riservato agli amici, mezz’etto di formaggio parmigiano. Mi viene in mente il corvo che avendo il formaggio in bocca non poteva parlare (oppure certi giornalisti che gli organizzatori tengono a pancia piena, cosicché parlino sempre bene delle loro corse); ma il formaggio in bocca resta poco, e per aiutarlo a scendere profitto di un bicchiere di bianco che sta pure sul tavolo.

 

Salso si vede in fondo alla discesa, e sono trecento metri in verticale su 6 km, con qualche intervallo di salitine (una perfino al 48,200). Precise le segnalazioni e perfetta la chiusura al traffico (almeno qui); davanti alle terme finalmente il chip ha motivo di suonare, e la classifica viene aggiornata piuttosto alla svelta. Sbrighiamocela il più presto possibile con le docce artiche, e riscaldiamoci un po’, all’aperto nel solicello di novembre, con l’originale menù a base di soia (dalla pasta allo spezzatino ai sofficini) offerto senza lesinare dallo sponsor principale di questa e della Verdi Marathon.

 

Ha vinto il marocchino 35enne Tariq Bamaarouf, che con 3.04 rifila ben 21 minuti a Massimiliano Rigamonti (che di anni ne ha 47), e 28 al super-ultra-long distance runner Marco Bonfiglio (40 anni giusti). Non nuova ai successi in queste gare la 42enne ligure Sonia Ceretto (4.01), sette minuti davanti a un’altra atleta carica di gloria come la valdostana Francesca Canepa, e dieci davanti alla giapponese (ma tesserata Mugello) Sohn Majidae.

 

La 23 km è appannaggio del 29enne  Yonas Tsegaye (cittadino italiano) in 1.25, e della 36enne Sarah Martinelli in 1.39.

 

Quando arrivo io, questi se ne sono già andati da un pezzo, mentre resta il tempo per salutare gli amici di sempre: la carpigiana Silvia Torricelli, 34 anni e una vita davanti, che chiude la 50 km all’ottavo posto femminile in 4.47, poco davanti a papà Werter che fa 5.07 ed è quarto tra i sessantenni, battendo questa volta il reggiano Ideo Fantini attardato da guai muscolari. La famiglia modenese Malavasi si divide: il ragazzone Mauro chiude la lunga in 6.08, mentre papà Paolino, appena uscito dall’ospedale col divieto assoluto di correre, si accontenta della mezza ma dimentica di avvisare i cronometristi e finisce fuori classifica. Tra i medici supermaratoneti, il dottor Franco Scarpa con 5.56 supera il collega Guido Ponzio; tra le belle signore stakanoviste, Luisa Betti con 5.23 ha la meglio su Greta Massari; ma entrambe contribuiscono a rendere la giornata più luminosa.

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